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una persona fa i conti con la calcolatrice
Contratti e Documenti 30 luglio 2024

Pagamento dell’affitto oltre la data di scadenza, cosa succede? Ecco cosa si rischia


Il punto sui rischi legali e le possibili sanzioni quando l'affitto viene pagato oltre la data di scadenza.
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Silvia Bertuzzi

Collaboratrice esterna di Immobiliare.it

Potrebbe capitare di pagare l’affitto in ritardo, ma è importante essere consapevoli delle conseguenze legali e finanziarie che ne derivano.

Ogni contratto di locazione stabilisce una data precisa entro cui il pagamento deve essere effettuato, e il mancato rispetto di questa scadenza può comportare diverse problematiche per l’inquilino. Capiamo cosa accade quando l’affitto viene pagato oltre la data di scadenza e quali sono i possibili rischi e le sanzioni previste dalla legge.



Quanto tempo si ha per pagare l’affitto dopo la scadenza?

Quando si parla di affitto e di termini previsti per legge, è importante fare una doverosa distinzione tra affitto a uso abitativo e affitto a uso commerciale. Concentriamoci sul primo, per capire quanto tempo si ha per pagare l’affitto.

È la legge n. 392 del 1978 a regolare la morosità, e dunque la condizione di ritardo nel soddisfare un obbligo. Secondo questa legge, un inquilino viene considerato moroso se non paga il canone di affitto entro 20 giorni dalla scadenza stabilita nel contratto.

Ad esempio, se il contratto prevede che l’affitto debba essere versato entro il 10 del mese, l’inquilino sarà considerato moroso se il locatore non riceve il pagamento entro il 30 dello stesso mese.

Affitto in ritardo: cosa si rischia?

Come abbiamo visto, dunque, per le locazioni a uso abitativo la legge stabilisce che il ritardo nel pagamento dell’affitto può giustificare lo sfratto solo dopo il 21° giorno. Quindi, cosa rischia l’inquilino inadempiente?

A partire dal 21° giorno di ritardo, il proprietario può intervenire cercando di dialogare con l’inquilino, sollecitandolo al pagamento tramite una lettera raccomandata di diffida, che può essere redatta con l’assistenza di un avvocato, oppure procedendo con un’intimazione di sfratto per morosità.

Una volta notificata l’intimazione di sfratto, l’inquilino può saldare l’affitto dovuto per evitare lo sfratto e continuare a vivere nell’appartamento, e il proprietario è obbligato ad accettare il pagamento.

Questo pagamento può avvenire anche alla prima udienza in tribunale, comprensivo delle spese processuali e degli interessi. In questo modo, l’inquilino può evitare la risoluzione del contratto. Inoltre, alla prima udienza, l’inquilino può richiedere un “termine di grazia” di 90 giorni per trovare i soldi necessari. Se paga entro questi tre mesi, includendo interessi e spese legali, lo sfratto viene evitato.

Quindi, sebbene la legge preveda un massimo di 20 giorni per il pagamento del canone mensile, il pagamento oltre questa scadenza consente comunque all’inquilino di rimanere nell’appartamento.



Affitto a uso commerciale: cosa succede?

Per le locazioni commerciali, la legge non stabilisce un termine preciso per il pagamento dell’affitto. In questi casi, infatti, si applicano le norme generali sui contratti, che permettono di chiedere la “risoluzione per inadempimento” solo se l’inadempimento è considerato “grave” o “di non scarsa importanza” secondo il codice civile.

Questa decisione è affidata al giudice, che deve valutare la situazione concreta basandosi su vari fattori. Tra questi, rientra il comportamento dell’inquilino nei mesi e negli anni precedenti al ritardo, come ad esempio se ha sempre pagato puntualmente o meno.

Un altro elemento importante è come l’inquilino reagisce dopo aver ricevuto la notifica di sfratto, ad esempio se tenta di pagare immediatamente le somme dovute. Infine, l’entità dell’inadempimento rispetto ai canoni pagati fino a quel momento è cruciale: minore è l’incidenza dell’inadempimento, minori saranno le possibilità di ottenere lo sfratto.

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